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Marco
Giovenale, Wintertraum
Edizioni di Negativo, Roma 1999 Pregevolissimo
volumetto, questo Wintertraum. Si apre con una bella citazione da Beckett
("seule certitude la brume"), chissà che l'autore non sia uno dei
pochi che hanno veramente letto e amato il genio irlandese, ed esordisce
con una bella poesia che in effetti richiama, metabolizzato, il passo di
certe poesie o di certi frammenti di monologo beckettiani: "nebbia al sommo:
/ il mondo non esiste. // Dal binario proprio / morto / cala un filo di
guasto / ramato". Segue la sezione Giovenale all'ospedale, sezione serissima
dal titolo scherzoso e allusivo alla riduzione e alla mortificazione che
aleggiano su questa poesia, atteggiamento che richiama proprio il beckettiano
Watt dell'omonimo romanzo, o forse ancora di più Murphy e certe
ultime, estreme prose: "troppi minuti - minimi - calici / pianisti, ossicini
per / bene articolanti che smielano mattino / uscendo ingenui dalla / radio".
Ma non vorremmo che il devastante irlandese monopolizzasse questo libro,
che a tutti gli effetti è proprio di Giovenale: si legga ad esempio
questo stralcio di condanna: ""Tra la gente" questa è / pari a Regola
/ fra minoriti"; o questo passo con la sua bella inversione latina: "ernia,
catarro, clistere / ed altri nomi, i più diversi e strani / - a
chi qui li mastica - / ad aspera per vetera / conducono".
Segue una
serie di poesie sempre vive ed intelligenti talvolta degne di un mondo
orwelliano, ricche di invenzioni sia foniche che sinestetiche, dotate di
una notevole musicalità e mai ripetitive o scontate, per non parlare
dello studiatissimo e lapidario enjambement: "raschia sul velo antracite
il / dito mozzo della statua. / […] ciascun cittadino carriera / farà,
chiodato al tulle dei sogni"; "non si sente niente, una cerata tesa / di
ghiaia va a palude, color rame"; "la violinista / sorda da un occhio /
danza la neve - e / niente da bere"; "ripetono gli altoparlanti / di mantenere
la calma e che / nuotiamo in una vacca sana". Talvolta compare un più
chiaro sussulto di indignazione, ad esempio quello sacrosanto contro gli
"enzimi anziani, i padri / esimii della polta patria", o contro le virtualità
della "Lesbo di vetro-telecamera / [dove] ieri notte / a sovraimpressioni
/ due femmine corporative / si vellicavano a vicenda / i grilli e le tonde
cadenti", o ancora contro gli "uteri utenti", simboli naturalmente scevri
di bigotteria ma significanti un dilagante imputtanimento soprattutto intellettuale,
una terrificante consacrazione generale al "porco contesto".
Insomma
Giovenale esorta, domanda senza punti interrogativi, resiste e crea una
lingua poetica che funge proprio da corazza trasparente, che resiste al
niente dilagante con potenza ma non impedisce nemmeno per un attimo la
visione del mondo circostante. Questo sogno invernale ha scelto di incidere
i suoi significati con l'unghia sul ghiaccio, incisione forse labile (come
tutto l'umano) ma portatrice di un brivido di risveglio fondamentale.
Non si
può tacere che il volumetto è seguito da un ampio ed approfondito
saggio di Raffaello Bisso, tutto da leggere.
«Hebenon» anno VII seconda serie n. 9-10, aprile-ottobre 2002, pp. 219-222
Immagine: Antonio Belém, Phorbéa, Napoli 1997 Per informazioni, si prega contattare la direzione |